Nel mio lavoro ho appreso una cosa fondamentale: i diari, i post, gli articoli vanno scritti a caldo. Le anche mi torturano ancora, le guance bruciano, il sorriso permane. È abbastanza a caldo? Abbiamo camminato insieme per tre giorni, percorso più di una settantina di chilometri a piedi, condiviso il cibo ed il vino. Le tappe erano definite dall'inizio: Opicina-Medeazza, Medeazza-Isola della Cona, Isola della Cona-Grado.
I miei compagni di viaggio sono particolari: sto infatti seguendo i partecipanti della "Scuola di cinema senza sedie", promossa dal Premio Mattador, e i discorsi lungo la strada ruotano principalmente attorno a scenografie, montaggi, luci... Le protagoniste sono le due vincitrici del progetto correlato a "Visioni in movimento": il premio per Isabella Aquino (Avellino) e Ludovica Mantovani (Venezia) è quello di poter realizzare un film che narri la via che stanno percorrendo, mentre vengono formate dagli esperti che ci attorniano - come il regista Matteo Oleotto, il documentarista Alessandro Rossetto e Gianluca Novel, location manager della FVG Film Commission.
Venerdì mattina ci troviamo ai piedi di un invisibile Obelisco di Opicina. Invisibile perché la nebbia copre tutto. Dopo le presentazioni di rito imbocchiamo la Napoleonica. "La Vicentina" per gli amici. Fino a Prosecco non c'è traccia del mare, è già tanto se riusciamo a scorgere i nostri volti. Eppure va bene così, fa atmosfera e ci aiuta a raggiungere lentamente e senza scosse la piena fase di veglia, perché siamo tutti un po' intorpiditi.
All'altezza delle pareti di roccia famose per essere campo scuola dei rocciatori triestini ci fermiamo. La Rai è arrivata per fare un servizio sull'evento. Poi parte con l'auto. E noi a prender umido.
Ancora per poco, dato che tra Prosecco e Santa Croce il maltempo ci abbandona. A Sistiana, dopo la Via della Salvia, riesco a scattare qualche foto col sole. A sinistra il porticciolo, a destra il Castello di Duino. Di fronte a un panino, la compagnia comincia a prendere confidenza: "cosa fai nella vita?", "dove vivi?"... E soprattutto parte il dialetto, prevalentemente triestino, a fare piazza pulita delle gerarchie.
Qualche chilometro dopo, San Giovanni al Timavo ci accoglie col gorgoglio delle sue risorgive. Entriamo nella chiesa e troviamo una signora che ci spiega Storia e storie del luogo. Ludovica è particolarmente interessata, perché il tema del suo progetto ruota attorno alla riscoperta delle leggende locali. Uno dei due compositori che ci seguono, Simone Biasiol, comincia a suonare l'organo, conferendo ancora più solennità al momento. Possiamo ancora ammirare per qualche minuto il mosaico di cui è composta la pavimentazione dietro l'altare, prima di affrontare la salita finale.
Poi l'unica cosa a cui aspiriamo è poter vedere presto la scritta Medeazza / Medjevas. Quel che ci aspetta è la grappa della signora Patrizia dell'agriturismo dove pernotteremo. Salutiamo i tradizionali dipinti di Francesco Giuseppe e Sissi sollevando il primo bicchiere.
Sulle alture carsiche, nelle osmize, il vino scorre. E noi partecipiamo a questo flusso. Stanchi sì, ma al rosso non si può rinunciare. Spieghiamo alle vincitrici la storia delle osmize (dalla parola slovena "osem", otto, ovvero gli otto giorni in cui sotto l'Impero austroungarico queste osterie potevano aprire per vendere il prodotto delle loro viti) ed anche il loro ruolo sociale. Anzi quello lo vivono direttamente, prendendo parte a tale momento conviviale. Si arriva e si supera la mezzanotte. Poi il buio.
Secondo giorno.
Quello in cui Isabella affronta le trincee e il loro portato storico. Gli organizzatori e coordinatori del progetto, Piero Caenazzo e Giulio Kirchmayr, hanno incluso infatti nel percorso il parco tematico della Grande Guerra di Monfalcone. Le raccontiamo quello che è accaduto in queste terre, mentre Alessandro l'aiuta a pensare a come rendere il tutto su pellicola. Dai ricoveri meno coinvolti dagli avvicendamenti passiamo alle trincee di prima linea, fino a Quota 85 e al monumento di epoca fascista dedicato a Enrico Toti.
A Monfalcone è tutto un altro mondo: il bar in cui ci fermiamo è gestito da alcuni pakistani dei cantieri, comunità di una certa rilevanza nel territorio, mentre la veleria artigianale è in mano da generazioni a una famiglia bisiacca. Isabella e Ludovica ascoltano, fotografano, rielaborano lungo il percorso.
Ne abbiamo ancora per parecchi chilometri, dalla veleria al rifugio dell'Isola della Cona, e forse proprio il loro meditare sulle informazioni raccolte le salva dal percepire il dolore che tutto il resto del gruppo sente risalire dalle piante dei piedi fino alle anche, fino alla schiena. L'attrice Rossana Mortara viene un po' trascinata dal suo cane Mario, nostra infaticabile mascotte.
Al rifugio della riserva naturale mancano solo pochi gradini, ma sembrano l'Everest. Guadagniamo i divani e vi ci gettiamo sopra. Alla bellezza dei canali e della foce dell'Isonzo ci penseremo domani, ora non ne abbiamo le forze. Le recuperiamo in parte con l'abbondante cena, a base di piatti locali e meno, dal frico alla pasta al pesto fino alla gubana. Un altro tutor del gruppo, Stefano Schiraldi, riesce comunque ad afferrare la chitarra e a intonare canzoni triestine e goriziane, strappando a tutti il sorriso.
Si rivolge poi a Isabella, che era stata così tanto colpita dalla pietra delle trincee, per presentarle la canzone che ha composto sui testi di uno dei nostri miti regionali, Paolo Rumiz, dedicata al Novantasettesimo Reggimento, quello composto da italiani, sloveni e croati provenienti dalla costa adriatica dell'Impero e che, vestendo divisa austroungarica, hanno combattuto in Galizia. Stringo i pugni per trattenere le lacrime, perché parole e melodia colpiscono nel profondo. Una sfugge comunque al controllo e scorre rapida, fredda e pesante sulla mia guancia.
Domenica. Ultimo giorno di cammino per la sottoscritta.
E c'è il sole. Dopo la pioggerellina di ieri, il sole! Male o non male alle gambe, usciamo tutti, caffè e biscotti in mano. Aria pungente, forte odore di mare, di terra, di alberi in fiore.
Col sole è tutto più colorato: le nostre fotocamere - come la compatta a pellicola del giovanissimo operatore Filippo Gobbato - catturano il giallo dei canneti e l'azzurro delle acque, così come il verde degli isolotti a pascolo ed il bianco delle cavalle del parco. Il direttore ci introduce ai segreti della riserva naturale, prima di indicarci la via per Grado.
La cosa che ci distrugge non è il morbido terreno della riserva, bensì il duro asfalto dei successivi chilometri. Pago cara l'impreparazione al percorrere tutti insieme quelli che, in genere, sono tratti domenicali, mete di gite fuori porta di poche ore. La corsa verso il caffè all'altezza del Golf Club di Grado fa partire il dolore. Solo il peso dello zaino a premere sul giusto punto della schiena mi rende in grado di trascinarmi verso la spiaggia di Grado Pineta ed infine a Grado Centro.
La stanchezza ha reso tutti più silenziosi. La spiaggia d'inverno non è poi così deserta, dato che ospita molti appassionati di kitesurfing. Ci fermiamo a guardare i salti e le acrobazie, nonostante il borino costante, che rende le cose più facili a loro, ma certamente più difficili a noi... Lungo il percorso sabbioso scambio le ultime battute con lo scenografo Andrea Gregoretti.
Aiutata dalle due ambassador che oggi seguono il gruppo, varco la soglia di uno storico edificio di fronte al canale gradesano.
È tempo che io saluti tutti e torni a casa, ovviamente non prima dell'ultima birra in compagnia.
Loro proseguiranno fino ad Aquileia. Io mi fermo qui. Certo non posso negare di provare una certa invidia, perché ora l'esperienza del cammino mi è entrata in circolo come una droga. Sarà per la prossima volta, a presto ragazzi!
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Anna Cum
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Claudia Piol